Uno tra noi

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Giugno 2003 - Erminio Vanin

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  • foto cirene tullio Cirene 1953

    “Perché hai chiamato quel chiosco Cirene?”. Quando ho posto questa domanda a Tullio Bainado, lo scorso mese di aprile, mentre festeggiavamo i 50 anni della sua attività commerciale sulla spiaggia di Ca’Pasquali, non potevo certo sapere che mi ero appena affacciato dentro a un racconto straordinario, di quelli che ti prendono e non ti lasciano finché non hai esplorato tutto, non hai esaurito ogni curiosità.

    Nella storia di Tullio non c’è solo la vicenda di un uomo che ha costruito un’azienda e ha dato un futuro certo alla sua famiglia. C’è di più, perché la sua piccola storia personale si è intrecciata con la grande storia, quella del nostro Paese, in un periodo in cui qualcuno voleva trasformarlo addirittura in un impero.   

    “Perché Cirene?” ho chiesto. “Perché era bellissima”, mi ha risposto un Tullio emozionato, un po’ stordito dalle tante persone che lo attorniavano in quella giornata di festa voluta da Michele, il figlio, forse più per dire grazie ai suoi genitori che per celebrare i cinquant’anni di lavoro.

    Tullio ha 82 anni e, a seguito di un’operazione, fatica a parlare, ma in alcuni momenti la sua gestualità e le sue espressioni valgono più delle parole: quando mi ha detto “Cirene è bellissima”, ha sorriso e allargato le braccia come per descrivere una cosa grande. Lì ho capito – ammetto l’ignoranza – che non parlava di una donna, ma di una città. Una città nord africana che ancor oggi viene considerata splendida e che diede il nome a una regione molto cara agli italiani, la Cirenaica. In quella terra della Libia, Tullio visse per pochi, intensissimi anni.   

    Era il 28 ottobre del 1939 quando, insieme al padre Marco, alla madre, alle tre sorelle e a un fratello (un altro sarebbe nato poi proprio in Libia), si imbarcò a Venezia sulla nave “Lombardia”, sbarcando nel porto di Bengasi dopo otto giorni di un viaggio che per Tullio fu “bellissimo e indimenticabile”.

    Cosa ci andava a fare un’intera famiglia in Africa? Ma è più giusto chiedersi da cosa scappava? Risposta: dalla fame e dalla povertà. Marco Bainado era un agricoltore, come lo erano tutti o quasi gli abitanti del litorale nella prima metà del secolo scorso e lavorava per la tenuta di Ca’Pasquali. Abitava con la famiglia in Pordelio, a Ca’Vio, in una piccola e insalubre casa accanto all’edificio che sino a qualche decina d’anni fa ospitava i locali uffici del Comune di Venezia. Un’esistenza difficile, perché le bocche da sfamare erano tante. Soldi e cibo bastavano a fatica, nonostante i bambini (ma allora si diventava grandi molto velocemente!) iniziassero a lavorare prestissimo: Tullio aveva 12 anni quando seguì il padre nei campi della tenuta agricola per guadagnare pochi spiccioli con cui pagare ai padroni l’affitto della casa.

    E lo seguì anche sei anni dopo, ma questa volta si trattava di un viaggio più lungo: ad attenderli era l’Africa. Marco, infatti, aveva deciso di aggregarsi al grande “esercito rurale” che il governo fascista di allora reclutava in tutto il Paese per colonizzare i territori libici conquistati con le armi. Decine di migliaia di uomini e donne vennero trasferiti in successive ondate nelle province italiane della Tripolitania e Cirenaica.

    Dal litorale partirono insieme ai Bainado altre due numerose famiglie, quella di Pietro Vio e di Virgilio Gottardo. “Per noi fu come una crociera – ricorda Tullio -. Durante tutta la traversata da Venezia a Bengasi abbiamo trascorso il tempo ballando e divertendoci. Ogni giorno dagli altoparlanti della nave sentivamo i messaggi di incitamento di Mussolini e noi speravamo davvero di poter cominciare una nuova vita”.

    E ad attenderli, in effetti, era una terra fertile, sino ad allora creduta inospitale e scarsamente produttiva. In molte zone l’acqua venne attinta da generosi pozzi artesiani, in altre, più povere d’irrigazione, furono praticate con successo coltivazioni cerealicole e allevamento di bestiame. Ai Bainado venne consegnato un grande podere di oltre 30 ettari nel centro agricolo intitolato a Francesco Baracca (a tutti i borghi rurali della colonia veniva dato il nome di un “grande” italiano: Oberdan, D’Annunzio, Battisti…), nella provincia di Bengasi.

    “Ci diedero una casa colonica con ben tre stanze – spiega Tullio –: noi non eravamo abituati a tanto spazio… e poi avevamo la stalla con le pecore, i cavalli e i buoi per tirare l’aratro. Nei campi coltivavamo frumento, olive e un’uva che dava un vino di 18 gradi! Per noi era un sogno: forse ho mangiato più in quegli anni che in tutti quelli vissuti prima…”.

    La permanenza degli italiani nelle province d’Africa era regolata da un “patto colonico” che contemplava quattro fasi: una iniziale di avvio del fondo (i coloni, in pratica, venivano pagati dagli enti governativi per rendere il terreno produttivo), una di mezzadria, una di usufrutto e infine, dopo dieci anni, la definitiva cessione in proprietà del fondo.

    Ma Marco Bainado e la sua famiglia non poterono diventare proprietari delle terre che erano state loro assegnate perché l’avanzata delle forze Alleate in Africa interruppe il sogno imperialista del fascismo e prima che le province occupate dagli italiani venissero attaccate, i civili furono riportati in patria: era il giugno del 1942 quando, raccolte in fretta le proprie cose, vennero fatti salire questa volta su un aereo e sbarcati a Lecce, da dove poi partirono in treno per Venezia.

    Tullio non ha mai dimenticato quei tre anni, durante i quali imparò anche a guidare i camion. Fu proprio il mestiere di autista che lo portò spesso a Cirene, il più bel posto che egli avesse mai visto. E che sia splendido lo confermano anche le descrizioni che ancor oggi fanno i visitatori di quella città, che sorge in una posizione incantevole, in cima a un altipiano digradante verso il mare. Fu fondata da coloni provenienti dall’isola greca di Santorini che qui trovarono una sorgente. Attorno ad essa si formò il primo insediamento e la città fu consacrata ad Apollo che, secondo la leggenda mitologica, si infatuò della ninfa Cirene che abitava la fonte. In questa città, un tempo tra le più importanti del Mediterraneo, la presenza e la cultura greca, romana e bizantina hanno lasciato un patrimonio storico e architettonico inestimabile, fatto di templi e santuari, teatri e palazzi.

    La suggestione di quel posto non ha più abbandonato Tullio, nemmeno quando tornò con la famiglia in riva al Pordelio, rioccupando prima la vecchia casa e poi il semaforo di Crepaldo.

    Quando finisce la guerra diventa socio della Cooperativa di Ca’Pasquali: è il 1946, si sposa con Italia Zanella (la cassaforte di tutti i ricordi di famiglia) e apre il bar del Cral, quello della tenuta oggi gestito da Leone Valleri, che allora aveva l’entrata dalla parte opposta dell’edificio, sul canale.

    La situazione economica non è delle più floride, ma si comincia a star meglio. A cambiare nuovamente la vita di Tullio non è una partenza o un viaggio, ma una visita, quella di un geometra del catasto, in sopralluogo nel litorale, entrato nel bar di Tullio per farsi scaldare il pentolino con il cibo.

    “Di cognome faceva Pavanello – mi dice Tullio, frugando nella memoria -, era di Rovigo e avrà avuto una cinquantina d’anni. Ad un tratto mi chiede: perché non apre un chiosco in spiaggia? Un giorno anche da voi verranno i turisti come a Jesolo. Fui colto un po’ alla sprovvista, ma quando lui si offerse di presentare la domanda di concessione e il disegno del manufatto per mio conto, mi dissi che poteva essere davvero una buona idea. A spingermi, più che la convinzione che anche qui sarebbe arrivato prima o poi il turismo, fu il desiderio di avere finalmente qualcosa di mio! Era il 1952, lo stesso anno ottenni la concessione e l’anno dopo costruii… Cirene”.

    Nacque così il primo chiosco in questo tratto centrale del litorale e nel 1954, assieme agli Scarpi e ai Berton, Tullio realizzò la strada che, allora tra dune e rovi, portava sino alla spiaggia. Tutto intorno non c’era niente: soltanto l’anno successivo sarebbe stato aperto il campeggio Ca’Pasquali.

    “In questa impresa spesi tutte le mie energie – continua –, ma ero convinto che stavo facendo la cosa giusta. Il chiosco mi costò la bellezza di 400 mila lire e per farlo rinviai la costruzione della casa a Ca'Savio. Il primo anno, vendendo bibite e granatine alla gente del posto, incassai 3 mila lire. Poi nel 1955, con l’apertura del campeggio, arrivarono i primi tedeschi e fu allora che ebbi l’intuizione che fece la mia fortuna: acquistai una friggitrice e cominciai a proporre sardee fritte e polenta”.

    Fu un successo. Un piatto semplice ma saporito, che riuscì a conquistare i palati di tantissimi ospiti, soprattutto tedeschi, al punto che alcune famiglie si sono trasmesse di generazione in generazione l’abitudine a far visita  prima nel chiosco e poi nel bar ristorante (costruito dopo che l’alluvione del 1966 aveva spazzato via la vecchia struttura) dei Bainado.

    Una tradizione che oggi viene continuata da Mirella, la moglie di Michele, dalla cui cucina escono ancora le mitiche sarde che vanno a saziare i nipoti dei primi clienti di Tullio.

    La sua vicenda personale è ricca di tanti altri episodi, dolorosi e non. Ma noi ci fermiamo qui, contenti di aver potuto raccontare attraverso la storia di Tullio quella di una generazione che ha conosciuto un mondo che non c’è più, di uomini che hanno cambiato questo nostro Paese con la forza delle braccia, dello spirito e delle idee. Magari anche inseguendo dei sogni, che spesso si sono realizzati. Uno di questi aveva il nome di una ninfa.

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