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Gianpaolo Pastrello, l’arte di scolpire la pietra torna alla rubrica ›

Marzo 2003 - Michela Trevisan

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    Nell’elenco telefonico accanto al suo nome è indicata la professione: marmista. Ma Gianpaolo Pastrello non è solo un valente artigiano del marmo, è qualcosa di più: nella lavorazione della dura roccia calcarea c’è la sua professione, ma anche la sua creatività, la sfida a una materia dura, fredda e ostica da plasmare. Una materia, però, che quando assume le forme e i contorni di un’idea, di un progetto, esalta ancor più l’opera d’ingegno e l’abilità manuale di chi l’ha modellata. 
    Paolo, così lo chiamano tutti, se non proprio uno scultore nel senso stretto del termine, è un artista del marmo, uno scalpellino che ha realizzato diverse opere importanti di cui pochi sono a conoscenza, perché un po’ per riservatezza e un po’ per modestia quasi mai parla dei suoi successi professionali.
    Noi, però, siamo riusciti a farci raccontare qualcosa della sua attività e delle soddisfazioni che questa gli ha regalato. 
    Ai numerosi lavori in campo edilizio - recente è la realizzazione della pavimentazione della piazza di Arzignano, in provincia di Vicenza – Paolo alterna, infatti, opere di restauro artistico in palazzi storici veneziani e veneti, realizzando sculture, eseguendo bassorilievi e figure in marmo che impreziosiscono le tombe di cimiteri monumentali, come quello dell’isola di San Michele, e creando scale di grandi dimensioni ricavate da blocchi unici di pietra.
    Senza andare troppo distante, tra le sue opere si segnala anche l’altare della chiesa di San Francesco a Ca'Savio. 
    Molti di questi lavori li ha eseguiti su disegni e progetti di noti artisti - ha collaborato, tra l’altro, con eminenti esperti e professori quali Giuseppe Romanelli, già sovrintendente dei musei di Venezia, Pino Cioffi, direttore del liceo artistico, Pierluigi Sopelsa - oppure riproducendo fedelmente, su commissione, copie di capolavori scultorei, ma spesso dal marmo e dalla pietra sono uscite opere frutto solo della sua perizia con gli strumenti del mestiere e della sua creatività.

    Da dove nasce questa sua passione?
    E’ nata in maniera molto casuale. Al termine delle scuole dell’obbligo, a poco più di dieci anni, venni mandato a lavorare come ciabattino da Panni. Ero un ragazzino irrequieto e mio padre, vedendomi insofferente a quel lavoro, mi mandò a Venezia da un piccolo artigiano marmista. Quello è stato il primo approccio con il mestiere, che mi appassionò al punto tale da riprendere gli studi serali alla scuola d’arte di Venezia, ai Carmini. Fu un periodo difficile e di grande sacrificio. Per cinque anni, dopo l’orario di lavoro, mi recavo a scuola a frequentare i corsi e a quel tempo i collegamenti con Venezia non erano molto frequenti: partivo da Treporti con la motonave delle 5 del mattino e tornavo a casa dopo le nove di sera. Dopo il servizio di leva lavorai come artigiano presso un’importante ditta di Mestre, la Feiffer Marmi, dove mi sono formato professionalmente, imparando molto da valenti maestri con i quali lavoravo. Rimasi in quell’azienda fino al 1974, anno in cui aprii il laboratorio a Treporti, dove continuo ad esercitare la mia professione.

    Professione che lei consiglierebbe ai giovani? 
    Certamente. E’ dura, si suda tra la polvere e il rumore, ma è molto gratificante. Non in tutti i mestieri è possibile vedere concretizzato così evidentemente il proprio impegno e la propria creatività. Insomma, è bello poter toccare con mano il frutto del proprio lavoro.

    Quale è stato la sua prima opera di un certo impegno?
    Nel 1966, anno della grande alluvione che colpì anche Venezia, alla Basilica della Salute cadde rovinosamente una delle statue che abbelliscono questo capolavoro del Longhena. Si trattava della statua di Eva e io fui incaricato di farne una copia, quella che oggi si vede sulla facciata principale: è alta 2 metri e mezzo e l’ho ricavata da un blocco unico di pietra d’Istria.

    Di quali altri lavori va particolarmente fiero?
    Ogni mia creazione, piccola o grande, mi ha dato soddisfazione. Mi hanno, per così dire, emozionato, quelle che mi sono costate più fatica, impegno e ore di lavoro. Tra queste la tomba gotica realizzata, insieme a mio figlioOmar, per Bortolo Fassa, fondatore della famosa azienda che produce materiali per il settore edile, a Spresiano, in provincia di Treviso. Poi mi sono occupato di molti interventi di restauro in palazzi veneziani, come quello a Palazzo Savorgnan, vicino al ponte delle Guglie. Particolarmente significativa, anche dal punto di vista culturale, è stata, nel 1989, la riproduzione della trecentesca “Madonna in trono con bambino”, collocata in sostituzione all’originale nel capitello affacciato sulla laguna all’isola di San Giacomo in Paludo. Ricordo la bellissima cerimonia per celebrare il ritorno dell’immagine della Madonna in questo suggestivo angolo della laguna: la statua venne trasportata in isola sull’imbarcazione storica “Serenissima”, accompagnata da un corteo acqueo. Insomma, non mi sono mai tirato indietro, qualsiasi fosse l’incarico che mi veniva affidato. 

    E’ riuscito a trasmettere a qualcuno l’amore per questa attività? 
    A mio figlio, Omar. Da quando ha terminato la scuola d’arte lavora con me in laboratorio. Tra noi c’è un ottimo rapporto di collaborazione e assieme abbiamo concluso opere molto interessanti quale, ad esempio, la scala di ingresso realizzata per un palazzo di Mosca, di notevoli dimensioni, eseguita in curva con colonnine e corrimano (vedi foto).

    Tra le sue passioni ci sono anche le due ruote…
    Da un lavoro di fatica a uno sport di fatica, il ciclismo. Sì, la bicicletta mi appassiona da sempre e così ho fondato una decina d’anni fa, insieme ad altri appassionati del litorale, il Gruppo Sportivo “Marmi Pastrello”. Gli iscritti sono oltre una ventina, partecipiamo a raduni nazionali e a gare amatoriali: il nostro principale obiettivo, oltre ad organizzare annualmente una manifestazione nel nostro territorio, è di stare insieme, divertirci, fare una sana attività atletica e promuovere questo sport a Cavallino-Treporti.

    Un marmista è riduttivo, uno scultore forse inesatto: come si definirebbe?
    In una relazione sulla mia attività, il prof. Sopelsa, scultore e pittore, mi definisce "artigiano-artista": un giudizio davvero lusinghiero che spero di meritarmi.

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