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Ferruccio Scarpa, un’avventura che dura da 102 anni torna alla rubrica ›

maggio 2014 - Fabio Maschietto

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  • Ferruccio Scarpa

    Il 27 gennaio scorso, Giorno della Memoria, c’era un nostro concittadino a Ca’Corner, sede della Prefettura di Venezia, a ritirare un’onorificenza assegnata agli italiani rinchiusi nei lager nazisti nel corso della Seconda Guerra mondiale: Ferruccio Scarpa, 102 anni, uno straordinario spirito e tante esperienze di vita da narrare.

    Ferruccio vive nel litorale ormai da anni. E’ originario di Venezia e ha conosciuto la deportazione come prigioniero di guerra. “La mia reclusione durò due anni – ci racconta con lucida memoria –, dall’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, quando venni catturato dai tedeschi e sino  all’ottobre del 1945. Ho conosciuto la carcerazione in Austria e in Germania e sono stato rinchiuso prevalentemente in un campo di concentramento della Westfalia”.

    “Il 27 gennaio scorso è stata per me davvero una giornata indimenticabile” ci dice con quella medaglia d’oro appesa al collo, consegnatagli dal prefetto Domenico Cuttaia, alla presenza della presidente della Provincia Francesca Zaccariotto e del rappresentante della comunità ebraica, Paolo Navarro Dina. E ci racconta con passione ed entusiasmo, non senza un pizzico di commozione, la sua storia.

    Ferruccio Scarpa nasce il 29 dicembre del 1912 a Venezia, da papà Giovanni – “burbero ma di grandi sentimenti”, precisa – e da mamma Ermenegilda, che mettono al mondo anche i suoi due fratelli, Mario e Renato.

    “E’ stata un’infanzia povera sotto molti aspetti ma non certo per gli affetti – prosegue Ferruccio –. Eravamo una famiglia unita. Mio padre, che era comandante della caserma dei Carabinieri di Dolo e mia madre, ci hanno cresciuto affrontando molte fatiche ma con tanto amore. Avevo sette anni quando rischiai di morire di tifo, ma grazie a una trasfusione fui salvato. Potei così frequentare la scuola fino alla classe quinta, ma già all’età di nove anni cominciai a lavorare come garzone presso una falegnameria”.

    Poi Ferruccio, tramite lo zio, iniziò a lavorare presso un’officina di macchine da scrivere. Li imparò il mestiere che lo avrebbe portato all’Olivetti e che gli risultò utile anche nella prigionia e nel servizio militare. “Cominciai ad appassionarmi al lavoro di tecnico delle macchine da scrivere all’Underwood – spiega –, una ditta americana. Guadagnavo e potei così permettermi la scuola serale per tre anni”. 

    A diciotto anni passò all’Olivetti, e dopo due anni, nel 1932, arrivò la chiamata alle armi. “Venni arruolato nella Marina Militare e svolsi l’incarico di addetto furiere e di dattilografo al Commissariato Militare di Venezia – precisa –. Dopo tre anni mi congedai con il grado di sottocapo. Ritornai all’Olivetti e mi fecero fare la patente per poter condurre l’auto aziendale, la famosa Balilla”.

    Ma nel 1935, allo scoppio della guerra in Etiopia, rivestì la divisa e venne imbarcato nella nave esploratore Pantera che operava nel mar Rosso. Il secondo congedo durò poco e con il nuovo richiamo alle armi, per il secondo conflitto mondiale, entrò a far parte dell’equipaggio del caccia sommergibile UNIE con il ruolo di contabile di bordo.

    Poi vennero gli anni della prigionia. “Ricordo ancora quel periodo come fosse adesso – ci dice –. Giornate di fame e di sofferenza, dove contavamo anche su un raggio di sole, nelle dure giornate di lavoro, per avere un po’ di sollievo. Rammento i viaggi nei vagoni, dove venivamo ammassati per ore e ore, sopra i nostri escrementi e di quella volta che, in occasione di un bombardamento in una stazione, il carro nel quale ci trovavamo per chissà quale casualità non venne colpito. Sono memorie che porterò sempre con me e che a distanza di anni mi rincorrono. Ma se sono ancora qui a raccontare questi fatti, debbo ritenermi fortunato”.

    Tornato a casa dalla prigionia, Ferruccio ritrovò i suoi familiari, ma non suo padre, morto un anno prima. Congedatosi questa volta definitivamente, riprese il suo posto all’Olivetti, che nel frattempo trasferì la sede a Ivrea, e cominciò a girare le provincie di gran parte d’Italia. “Conobbi anche l’ingegnere Camillo Olivetti, persona perbene – sottolinea –. Andai in pensione con spilla e medaglia d’oro per i 35 anni di lavoro trascorsi e con la qualifica di impiegato tecnico, traguardi a cui tengo molto.  Fu negli anni Settanta che con mia moglie, Oliva Trevisan, originaria del litorale, ci trasferimmo qui da Marghera, dove avevamo vissuto da dopo il nostro matrimonio. Anche se sono nato a Venezia e lì sono cresciuto, mi sento parte di questa terra, perché qui ho vissuto con la persona più cara della mia vita, e anche se non ho avuto la possibilità di avere figli, sono stato e lo sono ancora adesso, circondato da persone che mi aiutano e si prendono cura di me”.

    A 96 anni, nel 2008, Ferruccio ha messo le sue memorie nero su bianco, realizzando un piccolo libro. “L’ho fatto con l’aiuto e il sostegno di una mia nipote, alla quale ho dettato i miei ricordi. Sicuramente non sono tutti, alcune cose non le ho descritte perché non le ricordavo bene, altre le ho tralasciate, ma mi ha fatto piacere raccontare un po’ della mia vita con le mie parole. Il libro l’ho stampato a spese mie, ci sono certamente degli errori ma lì c’è scritto esattamente quello che ho dettato”.

    Un libro che racconta un’avventura lunga un’esistenza che ancora continua.

    Buona vita, Ferruccio.

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