Il litorale da ricordare

Dalla Giorgina, il regno dei dolcetti torna alla rubrica ›

Dicembre 2004 - Stefano Zanella

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    Quando Giorgina Lo Paro nacque nel maggio del 1925, il bar che tutti a Treporti ricordano col suo nome esisteva già. La storia di questo piccolo, storico locale adiacente alla piazza, comincia qualche anno prima, quando il padre di Giorgina, Carmelo, torna dall’America, dov’era emigrato. Il periodo è quello della prima guerra mondiale e Carmelo, originario dalla Sicilia e più precisamente da Messina, viene destinato alla caserma di Ca’Vio come interprete, in quanto sapeva parlare bene l’inglese, imparato negli Stati Uniti. 

    “E’ in quel periodo che mio padre – racconta la signora Giorgina – ha conosciuto mia madre, che, guarda caso, di nome faceva Maria Carmela, pur essendo una Tagliapietra, treportina doc. Lei lavorava nella trattoria gestita da mio nonno, nella casa rossa d’angolo sulla piazza, dove adesso si trova il negozio di antiquariato. Durante la guerra mio padre andava a mangiare lì ed è così che conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie. Furono loro ad aprire il bar poco distante dalla trattoria agli inizi degli anni Venti e da allora la struttura si trova nella stessa posizione. Qui ho trascorso serenamente la mia infanzia, aiutando i miei genitori nella conduzione dell’attività, fintanto che, con il passare degli anni, li ho sostituiti. Da allora il locale l’ho quasi sempre condotto da sola, salvo il saltuario aiuto di mio fratello Calogero”.

    L’edificio originale ha resistito sino al 4 novembre 1966. “La tragica alluvione di quell’anno – ricorda ancora con un certo dolore Giorgina – spazzò via tutto, l’abitazione e l’annesso bar, costruiti con muri da 13 cm. e il tetto in eternit. Persi tutto, anche tanti cari ricordi, come le fotografie che adesso voi mi chiedete per il giornale, ma che l’acqua e il fango hanno distrutto”.

    Iniziò, quindi, la fase di ricostruzione del manufatto, che doveva “risorgere” a confine con il patronato parrocchiale, ma si riaffacciarono prepotentemente questioni burocratiche già conosciute anni prima. “Il terreno dove sorgeva il fabbricato apparteneva a mio nonno Giovanni Battista Tagliapietra – spiega la signora Lo Paro – mentre l’area del patronato era di proprietà della curia: sorsero problemi di confini che, fortunatamente, vennero risolti grazie all’intervento dell’allora Patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, che sarebbe poi diventato Papa Giovanni XXIII, il ‘Papa Buono’. E buono con me lo fu di certo! Il fabbricato attuale venne costruito in poco più di un mese dall’impresa di un caro amico, Celant. Per dividere il cortile del patronato dalla mia proprietà, l’allora parroco, don Roberto, realizzò una recinzione con una rete metallica, che avrebbe dovuto servire soprattutto a proteggere le vetrate del mio bar dalle pallonate dei ragazzini che giocavano a calcio, basket e tennis nel campo confinante. Ma la rete non durò a lungo e non so quante volte fui costretta a cambiare i vetri di porte e finestre. Tanto erano frequenti le rotture, che non avevo nemmeno più bisogno di dare le misure dei vetri alla persona che li sostituiva. Mi arrabbiavo spesso con i ragazzi, ma non ho mai chiesto loro una lira per i danni: in fondo stavano solo giocando…”.

    Quest’ultima affermazione mi incoraggia a confessare alla signora Giorgina che tra quelle torme di bambini vocianti e “rompivetri” c’ero anch’io, aggiungendo però, subito dopo, quasi a scusarmi, che appartenevo anche alla folta schiera dei giovani frequentatori del suo locale. Nel bar da Giorgina si trovavano le stesse cose di tutti gli altri bar, dal caffè all’ombretta, dal superalcolico alla birra.

    Ma quel posto aveva in più qualcosa di speciale, che attirava i bambini - e non solo loro - come i fiori attraggono le api: era una lunga, quasi interminabile, fila di grossi vasi panciuti di vetro, sugli scaffali dietro il banco,  che contenevano ogni tipo di ghiottoneria: caramelle, lecca-lecca, liquirizie, confetti, cioccolatini, baci, gomme da masticare, ciucciotti, dolci e dolcetti delle più diverse forme e colori! Ricordo che bastava entrare nel locale e annusare: sembrava di respirare zucchero. Contati gli spiccioli che avevamo in tasca, passavamo in rassegna quel ben di Dio disposto sugli scaffali, per decidere come meglio investire le nostre risorse: uno di quelli, due di quegli altri e così via, fino ad esaurire le ultime dieci lire.

    E dietro al banco c’era lei, la Giorgina, che riempiva i sacchettini di carta con le nostre tormentate scelte, perché comunque non si riusciva a prendere tutto quello che avremmo voluto assaggiare. “Ma vendevo anche le paste fresche – sottolinea la signora dei dolci della nostra infanzia – che per anni andavo addirittura a prendere a Venezia. Mi alzavo prestissimo, alle cinque, raggiungevo in battello le Fondamenta Nuove dove ad attendermi c’era una valigetta piena di pastine che alle otto erano già in vendita sopra il mio banco. Ai miei clienti più grandi proponevo anche dei prodotti particolari, come ad esempio un dolcissimo vino bianco della Sicilia e un liquore a base di anice e alkermes che si chiamava ‘Niente’. Potete immaginarvi cosa succedeva quando chiedevo a qualcuno cosa voleva consumare e la risposta era: niente, grazie. Stupefatti si ritrovavano davanti un bicchierino pieno di… Niente”.

    Dopo molti anni di attività, nel 1992, per motivi di salute, la signora Giorgina ha chiuso il suo bar. Sbirciando attraverso i vetri di questa casetta bianca che oggi campeggia solitaria, quasi nel mezzo della risistemata piazza di Treporti, si possono vedere ancora il bancone, i tavolini e le sedie. Ma non ci sono più quei vasi pieni di dolciumi, sui quali si sono posati gli sguardi golosi di tanti bambini che oggi sono uomini.

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