Palmiro Bastianello in divisa

Dopo 107 anni Palmiro se n’è andato

Il nostro ricordo del più anziano abitante di Cavallino-Treporti, spentosi lunedì 15 febbraio

mercoledì 17 febbraio 2016 · Cronaca · di: Redazione
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  • 17.02.2016 · Cronaca · di: Redazione
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  • “Non v'è rimedio per la nascita e la morte salvo godersi l’intervallo”. Lo disse il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. A noi viene spontaneo aggiungere che oltre alla qualità della vita in quell’intervallo, conta anche la durata dello stesso.

    Per Palmiro Bastianello quell’intervallo è durato 107 anni, un periodo lungo, costellato di rinunce ma anche di soddisfazioni.

    L’uomo più anziano di Cavallino-Treporti si è spento, serenamente, lunedì 15 febbraio e la redazione de “Il Litorale” lo vuole ricordare con grande affetto.

    Di lui, nel 2008, quando raggiunse il prestigioso traguardo del secolo di età, si occupò il nostro giornale con un servizio a firma di Alessia Trevisan, intitolato “Palmiro Bastianello, la semplicità di avere cent’anni”.

    Nel porgere le condoglianze alla sua famiglia e in particolare al figlio che vive in Canada, riproponiamo oggi l’articolo che sette anni fa dedicammo a Palmiro, un uomo capace di insegnarci il significato di semplicità e serenità. 

     

    Palmiro Bastianello, la semplicità di avere cent’anni

    di Alessia Trevisan 

    Palmiro Bastianello il 25 aprile 2008 ha raggiunto il traguardo dei 100 anni. Quel giorno la sua famiglia si è riunita intorno a lui per festeggiare una data che segna un passaggio importante - potremmo davvero definirlo storico - della sua vita, così lunga e piena di ricordi e di emozioni.

    Noi siamo andati a trovarlo, conoscendo così una persona che conserva, nonostante la veneranda età, una straordinaria lucidità e serenità.

    La cosa sorprendente è che il nostro centenario vive da solo a Ca’Ballarin, assieme all’inseparabile cagnolina, occupandosi del suo orto-vivaio, che cura con amore e devozione. Il cibo se lo prepara da solo e a quanto pare se la cava niente male davanti i fornelli, sfornando piatti che fanno venire l’acquolina in bocca. La sua giornata trascorre tra la cucina e la “vigna”, come impropriamente si usa dire da noi, sistemando le piantine e lavorando nel suo bel giardino. I familiari lo aiutano portandogli la spesa a casa, dalla quale molto raramente si muove.

    Palmiro gode di ottima salute, non è mai andato dal medico e i suoi valori del sangue sono perfetti. Non ha mai avuto un’influenza ed è orgoglioso di dire che si mantiene così perché mangia solo cose genuine e la verdura del suo orto. Per di più, ci ha confidato che nella sua vita non ha mai frequentato le osterie o i bar, perché secondo lui in quei luoghi si spreca tempo prezioso.   

    Palmiro si considera un uomo fortunato, prima di tutto perché arrivare a cent’anni in piena salute fisica e mentale è un dono riservato a pochi, ma anche perché le soddisfazioni e la gioia di vivere lo hanno ripagato dei molti sacrifici e di un’esistenza dedicata al lavoro.  

    Ha iniziato a lavorare quand’era molto piccolo, raccogliendo castagne e facendo lavoretti di ogni genere. Allo scoppio della seconda guerra mondiale viene chiamato alle armi: arruolato nel reggimento Cavalleggeri di Monferrato, avrebbe dovuto partire nel 1940 per la campagna di Grecia, ma all’ultimo momento un’influenza lo trattenne a casa. Non poté però evitare la campagna di Russia del 1941, un’esperienza tragica che lo ha segnato profondamente. “Non è possibile cancellare – racconta – il dolore per i compagni morti in quelle terre lontane, fredde e inospitali. Le temperature raggiungevano anche i 40 gradi sottozero, per mangiare dovevamo arrangiarci con quello che c’era: un po’ di polenta, qualche galletta dura come sassi e poca acqua”. Ci mostra il suo gavettino, un piccolo recipiente di alluminio che usava per bere. Doveva servire per metterci il caffè, ma in guerra il caffè non l’ha mai visto; l’unica cosa che ogni tanto riusciva a bere era una brodaglia fatta con le scorze di arachidi e foglie. “La cosa più triste – continua Palmiro – è stata trascorrere il Natale in trincea, dove a farci compagnia, oltre al freddo, c’erano i pidocchi. L’unico conforto concessoci era un goccio di cognac, che serviva a scaldare i cuori e a far dimenticare le sofferenze e le tristezze della guerra. Noi soldati trovavamo così la forza per cantare, cercavamo di tenerci un po’ allegri e di dimenticare per un attimo angosce e paure”. 

    Il momento più drammatico è iniziato con la resa del 1943 e la conseguente lenta ritirata a piedi dal fronte russo dei tanti soldati italiani, giornate interminabili segnate da morti e sofferenze continue.

    Palmiro ci dice che non gli è facile ricordare quei momenti: “Mi sembra di risentire ancora oggi il vento freddo che mi attraversava le ossa, il peso dello zaino che mi tagliava le spalle e la desolazione nel vedere sparsi tra la neve i corpi dei miei compagni, uccisi dal freddo e dalla stanchezza”.

    Il racconto di Palmiro suscita una sensazione particolare, soprattutto pensando che di fronte a noi c’è un protagonista di quei fatti, un uomo che ha vissuto vicende che appartengono alla nostra storia, quella che noi abbiamo studiato, anche distrattamente, nei libri di scuola. E’ contando su persone come lui che il nostro Paese si è sviluppato, è ai sacrifici di quella generazione che noi dobbiamo le conquiste raggiunte oggi.

    Ma da Palmiro Bastianello dobbiamo imparare anche la semplicità, la capacità di godere delle piccole cose che la vita ci regala tutti i giorni e che molto spesso noi giovani non sappiamo apprezzare.

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